Rischa Paterlini per Rossana Taormina | Futuro Remoto

La Bellezza della Memoria

di Rischa Paterlini

 

Nella notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968 un terremoto sconvolse la Valle del Belice, al confine con le province di Palermo, Trapani e Agrigento. Le vittime furono 1.150, 98.000 le persone che rimasero senza casa e più di 100.000 con abitazioni distrutte o fatiscenti. La vita, gli anni a venire, continuò per molte persone prevalentemente nelle baracche. Non si pensò altro che a costruire ripari, “con molta improvvisazione e disordine: come ad un atto di definitiva solidarietà, come ad una soluzione finale del problema. Ed in un certo senso lo era.” Queste parole di Leonardo Sciascia del 1970, scritte insieme ad un nutrito gruppo di artisti fra cui Renato Guttuso, Sergio Zavoli e Carlo Levi, suonarono come un appello di solidarietà allo Stato che si concluse con dure parole: “…Ci sono tanti modi di conculcare la libertà, di opprimere, di destituire l’uomo dal diritto e dalla dignità: e uno di questi modi è quello che lo Stato e il Governo della Repubblica Italiana attuano nella Valle del Belice”. Il terremoto, cercò di portarsi via tutto ciò che poteva essere portato via, tanto che l’espatrio della popolazione verso il nord non si arrestò, anche se molti, senza farsi travolgere dalla paura e dalla devastazione, decisero di rimanere e di prendersi cura di quei luoghi come mai prima del terremoto era stato fatto. E’ da quella notte e dagli anni a seguire che trae origine il lavoro di Rossana Taormina, nata a Partanna, nella Vale del Belice, quattro anni dopo il terremoto. Frequentò assiduamente il paese di Santa Ninfa, fortemente complito dal terremoto; ogni volta che le era possibile andava infatti a trovare i suoi nonni materni che ancora vivevano nelle baracche. Erano luoghi dove lei amava giocare osservando la lenta ricostruzione di quei paesi “presepi”; ricostruzione che, ricordiamo, si è conclusa solo nel 2015, con la grande opera di Land art di Burri, il Grande Cretto. Questi villaggi erano per lei come una grande famiglia, ed ascoltare i racconti dei nonni era l’unico modo per conoscere il suo passato. Di tutto quel dolore e quella tragedia, tra fango e macerie esistevano infatti solamente parole: non c’erano più fotografie, giocattoli e qualsiasi altro tipo di oggetto quotidiano e significativo. A metà degli anni 2000, dopo diverse esperienze, Rossana si rese conto di condurre una vita che non le apparteneva, decise cosi di lasciare tutto ed iscriversi all’Accademia e, nel 2011, a 38 anni, si dedicò esclusivamente alla sua più grande passione: l’arte.

Utilizzando diverse tecniche, come la pittura, il disegno, le installazioni site specific, i frottage, i collage e le performance, Rossana ha iniziato a riflettere su temi a lei cari come la memoria, la perdita, il recupero e la rielaborazione degli oggetti ritrovati.

In tutti i suoi lavori c’è un preciso filo, talvolta ricamato, come tentò di insegnarle la sua nonna che, come quello famoso di Arianna, ci accompagna nella percezione e nella visione delle sue opere rendendoci capaci di uscire dagli schemi e di guardare altrove, se necessario, anche nel buio.

In Idolo, dieci insolite rappresentazioni di Gesù, in sequenza su di una griglia, l’artista inizia a ricamare fino a far scomparire del tutto la figura: “mi piace l’idea dell’immagine che affiora e sparisce ma esiste anche quando non la vedi”. Durante la pandemia Rossana si è soffermata per molto tempo sulle città svuotate e sul sentimento del confinamento e dell’isolamento con il quale improvvisamente abbiamo dovuto, tutti noi, fare i conti. Se da un lato il terremoto del 1968 tolse i ricordi materiali, oggi, la pandemia, ci ha tolto le relazioni sociali e la ricchezza dello stare insieme. Nasce così la bellissima serie dei Grandi Notturni, acrilici su tela in cui dal buio prende forma la natura. Le foglie, rappresentate in procinto di trasformarsi in corpi a metà strada tra l’umano e l’animale, si mimetizzano quasi a volersi dissolvere e così Rossana, lasciandoci percepire il buio del presente, ci permette di afferrarne la luce. Corpi che non sono dilaniati dal dolore, “da un paio d’anni” – racconta Rossana – “ricorro alla metafora del giardino per esprimere la mia idea di eternità, ovvero noi che continuiamo nei ricordi di chi abbiamo amato. Durante la pandemia ho avvertito la necessità di tornare alla me più antica e profonda.” Non c’è da preoccuparsi se paiono ossa perché per Rossana non hanno una accezione negativa “ma sono la rete portante su cui costruiamo noi stessi”. Il titolo della serie di 8 acrilici “Grigio” accompagnati, a concludere la griglia, da una vecchia foto, ci aiuta ad orientarci nella lettura dell’opera. Ciascuna carta ha subito una modifica sostanziale che obbliga lo spettatore a porsi delle domande che passano necessariamente attraverso l’ultima vecchia fotografia, che qualcuno in tempi passati ha modificato, andando ad indicare un luogo preciso ma in un territorio a noi sconosciuto. Muoversi in questo paesaggio, così come in Velluto1 o nella Fioritura2, significa scoprire i continui cambiamenti che si avvicendano nei colori e negli spazi. Realizzati spesso sovrapponendo a più riprese nell’arco temporale di tre o quattro mesi un materiale imbevuto di candeggina, paiono sagome di rovine, tracce che portano lo spettatore a delle riflessioni sulla necessità di tornare alle proprie radici, instabili e senza memoria. Rossana Taormina si muove tra memoria e quotidianità, tra presente e passato, tra realtà e immaginazione suggerendoci, con i titoli delle opere e con i volti impressi su fotografie ritrovate ai mercatini, una storia in cui la memoria ci restituisce frammenti di vita temporanea e sospesa. Giorgio Agamben, ricordando Walter Benjamin scriveva in un suo saggio che l’indice storico contenuto nelle immagini del passato mostra che esse giungeranno alla leggibilità solo in un determinato momento della loro storia. E’ dalla nostra capacità di dare ascolto a quell’esigenza e a quell’ombra, di essere contemporanei non solo del nostro secolo e dell’”ora”, ma anche delle sue figure nei testi e nei documenti del passato, che dipenderanno l’esito o l’insuccesso del nostro essere contemporanei.

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